Rispondo subito alla vostra curiosità: Sì, i soldi aiutano a vincere un Oscar.
Se solo si sapesse quale potente macchina da guerra e da soldi si muove per provare a far vincere un oscar ad un film o ad attrice o ad un attore, i ringraziamenti che sentiamo così accorati e che fanno il giro del mondo al momento della premiazione, probabilmente li accoglieremmo con un po’ meno emozione e un po’ più di sospetto.
Nei mesi prima della gloria notte degli Oscar, vi è una vera e propria campagna elettorale mirata a quegli 8.500 giurati dell’Academy che può arrivare a costare anche mezzo miliardo di dollari.
L’Academy che ogni anno assegna i premi, è composta da una commissione - formata da addetti ai lavori, attori, registi, sceneggiatori, montatori, costumisti, produttori - che ricevono delle schede e decidono i vincitori. Possono sembrare tanti 8.500, ma pensando in ottica elettorale si tratta di un bacino piuttosto ristretto e, anche agli Oscar vale come in politica, ossia quanto è più piccolo il bacino elettorale, tanto è più facile e meno costoso cercare di influenzarlo direttamente. E sono in tanti nell’industria, tra le voci autorevoli, a denunciare come le campagne per l’Oscar abbiano le stesse logiche della politica. Infatti per gestire questi grandi investimenti gli Studios assumono dei consulenti specializzati.
Lo chiarisco: non sto dicendo che i film che vincono non siano meritevoli di ricevere la prestigiosa statuetta, ma che quel premio per il film farà la differenza. Per esempio Parasite, il film coreano che vince l’Oscar nel 2019 prima del premio aveva incassato meno di 80 milioni di dollari in tutto il mondo; dopo la vittoria incassò 250 milioni di dollari.
Nel momento in cui il botteghino è ancora molto al di sotto del pre-pandemia, la statuetta è uno dei pochi strumenti sicuri per promuovere o rilanciare un film. Questo vuol dire non solo il ritorno della pellicola in sala ma anche quella capacità di attirare l’attenzione dei broadcaster (giornalisti di settore, piattaforme di streaming, addetti al mondo dello spettacolo).
E quindi come provano – e a volte riescono – le case di produzione a “comprarsi” un Oscar?
Tutto inizia molti mesi prima, anche un anno prima.
I grandi studios non aspettano le nominations per muoversi. Quando individuano un film potenzialmente premiabile, iniziano a costuire la strategia.
Il primo passo è il momento di uscita del film. Il 56% dei film in corsa all’Oscar escono nelle sale tra novembre e dicembre. Non è un caso è una tattica; i film devono essere freschi nella memoria dei giurati, quando compileranno la scheda a gennaio.
Poi arriva la pubblicità. Durante la stagione degli oscar le riviste più importanti del settore come Variety, The Hollywood Reporter, si riempiono di inserzioni che nella buona sostanza chiedono agli addetti ai lavori di tenere in considerazione quel film per la nomination.
Solo una pagina intera su queste riviste in quel periodo costa oltre 70 mila dollari. E si parla di svariate decine di pagine acquistate durante la stagione degli Oscar.
Poi ci sono le proiezioni private, organizzate dagli Studios per i membri dell’Academy con cibo, dibattiti, incontri con registi e il cast. Ci sarebbero delle regole che però non sempre vengono rispettate. Per esempio durante la proiezione in fase di nominations è concesso offrire solo cibo e bevande non eccessive. Dopo quella fase, non si potrebbe più offrire nulla, ma queste regole – c’è chi lo racconta – spesso vengono aggirate.
Poi vi è la componente della visibilità.
Attori e registi vengono spediti per mesi in tour massacranti, tra interviste, festival, eventi, talk show.
Infine ci sono i consulenti, quelli veri, non uffici stampa normali. Sono professionisti con curriculum importanti, a volte anche rubati alla politica, che attuano strategie collaudate nel tempo.
Secondo le stime di Variety, la campagna oscar può costare tra i 3 e i 10 milioni di dollari per pellicola, per i film normali. Per quelli che puntano a più nominations in categorie importanti, le campagne possono costare anche fino a 30 milioni di dollari.
Si stima che il colosso dello streaming, Netflix, nel 2019 abbia speso 40 milioni di dollari per la sola campagna del film “Roma” di Cuaron, cifra che la piattaforma ha smentito senza però rettificare.
Circa la metà di tutta la spesa per la campagna Oscar finisce in pubblicità e il resto si distribuisce tra consulenti, organizzazione di eventi, proiezioni, materiale promozionale, tutto senza nessuna regola di trasparenza. Questa la differenza con la politica dove vi è una commissione che vigila sulle spese sostenute durante la campagna elettorale. Gli Studios non sono tenuti a rivelare quanto spengono e questa opacità lascia il dubbio al fatto che chi vinca non sia davvero il migliore ma quello che ha speso di più.
Vi è anche un lato oscuro nelle campagne Oscar proprio come la politica, ossia denigrare i concorrenti. Si chiama Whispering compaign, e sono le campagne di sussurri, pettegolezzi, maldicenze. I rivali possono mettere in giro voci che mettono in discussione l’accuratezza storica di un film, e poi ancora polemiche, controversie sul set o che suggeriscono che una certa performance si regga più sul trucco che sul talento attoriale e così via.
Anche la modalità di uso dell’IA può rappresentare motivo di “pettegolezzo”.
Il mercato è sempre in trasformazione, le sale fanno fatica a reggere la concorrenza dello streaming, quindi l’Oscar è più di un premio è uno strumento di marketing, di straordinaria efficacia capace non solo di risollevare le sorti di un film ma anche di incidere sulla carriera di attori che vingono che poi ricevono un aumento del 20% dei loro cachet. Per i registi la vittoria apre le porte a budget molto più generosi, con degli accordi di distribuzione più favorevoli e per gli studios vincere il premio come miglior film significa dare al film stesso una possibilità di arrivare in paesi dove non era ancora arrivato.
Si spende tanto per convincere 8.500 persone a votare il proprio film, e in cambio si ottengono potenzialmente centinaia di milioni di dollari, e una posizione di forza nelle trattative con le piattaforme.
Il premio quest’anno di miglior investimento, va all’intera industria hollywoodiana.
