È come essere in una bolla; si sente appena quello che accade fuori. Nel mentre si rotola nel brusio del mondo e “al sicuro” nell’idea che gli altri hanno di noi. E tutto questo è confortevole, fino al giorno in cui un evento banale, qualcuno che ci fa notare un dettaglio del nostro essere, e tutto crolla come un domino montato ad arte.
Un difetto fisico che si é sempre avuto, che tutti hanno notato tranne noi stessi, in un giorno qualsiasi diventa una porta da attraversare per scoprire che dall’altra parte quell’essere uno, nella propria (finta) consapevolezza di sé, è invece la proiezione delle tante maschere che si indossano nel mentre ci si relaziona con gli altri, finendo per divenire quello che gli altri vogliono che noi si sia; e questo perché l’essere per come gli altri ci percepiscono, innesca (molto spesso) un equilibrio fatto di interessi, di falsi sentimenti, di idealizzazioni.
Quanto è attuale, “Uno, nessuno, centomila”, ma sopratutto quanto è stato profondo e lucido Pirandello nel descrivere cento anni fa, quello spaccato sociale che ci imprigiona in un ruolo che spesso non ci appartiene.
Ed é quando ci si desta dal torpore del vivere secondo regole imposte da altri che fingono di tenere a noi, che si scopre il proprio posto nel mondo, oltre alla volontà di svestire “brutture” che poco hanno a che fare con l’aspetto e molto con la coscienza. Facciamo finta di non sapere, basta che tutto resti così com’è perché al contrario, vestire responsabilità e prendere decisioni difficili, diventa il più faticoso dei lavori.
Cosa resta, dunque?
Divenire nessuno, uscendo dal proprio ruolo preimpostato, per rimettere tutto in discussione, riprendendo in mano le redini della propria vita, svendendo gli abiti “ereditati”, sottraendosi a logiche in cui tutti decidono per noi e facendo cadere le tante maschere che poi sono le tante versioni di noi stessi che gli altri intercettano e decodificano a proprio piacimento.
E cose c’è di più efficace del monologo altisonante per raccontare a sé stessi la necessità di essere nessuno, tra l’uno e i centomila?
Primo Reggiani in scena al Testro Rendano di Cosenza é stato un intraprendete Vitangelo Moscarda, incarnando con maestria la crisi di identità, e l’evoluzione che nasce dalla distruzione di quelle certezze che tengono in caldo l’incedere del vivere; e poi ancora quei gesti, quelle scelte che gli altri leggono come follia e l’isolamento necessario affinché tutto si compia. Quel divenire nessuno, lontano da quei centomila che gli altri vedevano, per lasciar correre e scorrere la vita, in un ospizio da lui stesso creato.
Quel filo ironico proprio dell’opera Pirandelliana si é scorsa sul palcoscenico tra attori caratteristi, capaci di incarnare quella capacità umana di essere trappola e prigione, materialismo, e poi ancora interesse ed egoismo. La via d’uscita è fermarsi, destarsi e affondare il futuro nell‘attimo e in leggere gocce di verità
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