L'opinione pubblica ha smesso di parlarne, i post sui social sono sempre meno: Se il loro obiettivo era spegnere la luce - ed anche l'audio - ci sono (quasi) riusciti. Ma la verità è un'altra e a raccontarla sono coloro che da sempre sono in loco, sono medici e cooperanti che dalla striscia non sono mai andati via, e continuano ad essere la voce di un popolo abbandonato al loro destino, mentre i bambini, i neonati, stanno morendo di freddo; perché sì, dopo le bombe, il resto lo sta facendo il freddo ed anche la fame.
Perché lo apprendiamo dalle pagine di Avvenire, dove vengono riportate le parole di un coordinatore medico di Emergency che racconta come a Gaza siano tornate le uova, ed anche la carne, ma la gente non ha soldi per comprare nulla. Di contro, gli aiuti umanitari sono sempre troppo pochi.
All'inizio di questa settimana è morto l'ennesimo neonato, ucciso dal freddo. Sono bimbi di pochi mesi, anche di pochi giorni. Questa è una tragedia immane e non rendersene conto, pensare ad altro, è crudele.
A Gaza, che si trova sul mare, ci sono vento e piogge torrenziali. La popolazione vive in accampamenti nei quali le tende sono fatte con pali di legno, ricoperti da pezzi di stoffa o di incerata, che però il vento porta via. Tra le tende scorre l'acqua, come se fossero dei torrenti. Quell'acqua che fino a questa estate sarebbe stata una fonte di vita, ora è veicolo di malattie come gastroenteriti ed altre patologie che si sviluppano dal contatto con gli escrementi degli animale.
Le case bombardate sono crollate sotto il peso della pioggia battente e del fango e per coloro che si erano rifugiati tra le macerie, non c'è stato scampo.
Gli aiuti umanitari sono bloccati.
I medici di Emergency riferiscono che tra ottobre e novembre, Israele ha negato 130 richieste di accesso di aiuti fatte dalle Nazioni Unite. I blocchi degli aiuti umanitari sono stati più del solito.
La mancanza di cibo si vede anche negli ospedali da campo: la malnutrizione è una condizione gravissima. I bambini nati prematuri e sottopeso sono sempre di più e persiste la penuria di medicinali e farmaci essenziali come antibiotici, antidolorifici, garze. Non ci sono peraltro né assorbenti per il ciclo mestruale né coperte.
Questa è la situazione.
Questa è la situazione malgrado il “cessate il fuoco".
Gli attacchi israeliani sono diminuiti ma, le bombe continuano a cadere anche in zone cosiddette “tranquille”.
Ad oggi non vi è nessuna prospettiva di ricostruzione, né si può sostenere che la situazione sia migliorata, considerato che ogni giorno è un giorno in più senza cure, senza acqua, senza dignità.
E se un anno fa i palestinesi erano sicuri di non voler lasciare la loro terra, oggi c'è chi sfinito da quella non vita sostiene da voler andar via, se dovessero aprire i confini.
I Gazawi sono afflitti anche da traumi psicologici, e non ci sono certo farmaci per alleviare l'ansia, della quale sono ostaggi ormai da troppo tempo. Si pensi che finanche gli psicologi del posto, quelli che organizzano delle attività di gruppo - lì dove possibile - sono vittime loro stessi di attacchi di panico.
Alla domanda su quale sia l'urgenza, il medico coordinatore risponde: tutto è emergenza, ma la cosa che fa più paura è che si spenga la luce su Gaza. I Gazawi temono la fame, il freddo, ma ancor più l'indifferenza del mondo.
Intanto sta per arrivare Natale.
Betlemme è dietro l'angolo rispetto a quel posto chiamato Palestina.
Lì nacque Gesù, oggi nascerebbe in mezzo alla morte, alla distruzione.
Tutti i bambini morti di freddo nelle ultime ore, sarebbero potuti essere il bambinello.
Senza un Padre che però indichi loro la strada.

